Il Rapporto ISPRA 2026 fotografa un’Italia che ricicla l’82,4% dei rifiuti da costruzione e demolizione, mentre le emissioni nazionali di gas serra sono scese del 30% rispetto al 1990: per il Gruppo Seipa il prossimo passaggio è trasformare sempre più materiale recuperato in materia effettivamente riutilizzata nei cantieri.
Il 2026 si avvia alla chiusura con due segnali incoraggianti per la transizione ambientale in ambito edilizio: aumenta il recupero di materia e le emissioni nazionali di gas serra rimangono nettamente inferiori ai livelli del 1990. Due fenomeni distinti, ma che nel settore delle costruzioni convergono intorno alla stessa questione industriale: utilizzare meglio le risorse già disponibili, ridurre gli sprechi e limitare, dove tecnicamente possibile, il ricorso a nuove materie prime.
A mettere insieme i due indicatori è il Gruppo Seipa, attivo nella filiera degli inerti, dei trasporti e dei servizi per l’edilizia e le infrastrutture, che alla luce dei nuovi dati pubblicati nel corso dell’anno traccia un bilancio della transizione del comparto.
Secondo il Rapporto Rifiuti Speciali 2026 di ISPRA, le attività di costruzione e demolizione generano in Italia 90,4 milioni di tonnellate di rifiuti annui, pari al 52,5% di tutti i rifiuti speciali prodotti nel Paese, con un tasso di riciclo dei rifiuti C&D che ha raggiunto l’82,4%. Numeri che fanno dell’edilizia uno dei principali terreni sui quali si misura concretamente la capacità dell’economia circolare italiana.
La quantità recuperata, tuttavia, racconta soltanto una parte della storia. «La vera sfida non consiste più soltanto nel sottrarre i materiali allo smaltimento, ma nel fare in modo che possano rientrare effettivamente nel ciclo economico, sostituendo dove possibile una parte degli aggregati naturali» osservano gli specialisti del Gruppo Seipa.
È la differenza tra riciclare e creare un mercato stabile per il riciclato. Gli aggregati ottenuti dal trattamento dei materiali da costruzione e demolizione possono essere impiegati, in funzione delle loro caratteristiche e dei requisiti tecnici applicabili, in sottofondi, rilevati, riempimenti e altre applicazioni del settore delle costruzioni. Applicazioni industriali più evolute consentono inoltre di ampliare progressivamente gli impieghi della materia recuperata.
È su questo passaggio che il Gruppo Seipa individua uno dei principali margini di sviluppo della filiera italiana: fare in modo che una quota crescente della materia recuperata possa trovare una destinazione produttiva, riducendo parallelamente il fabbisogno di nuove risorse minerarie.
Il secondo segnale positivo arriva dall’inventario nazionale delle emissioni. Le emissioni italiane di gas serra si sono attestate a poco più di 363 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, con una riduzione del 3,6% rispetto al 2023 e del 30% rispetto al 1990, escludendo il contributo legato all’uso del suolo, ai cambiamenti di uso del suolo e alle foreste.
Alla riduzione hanno contribuito soprattutto la crescita delle fonti rinnovabili, il miglioramento dell’efficienza energetica e la progressiva sostituzione dei combustibili più emissivi.
Il percorso, tuttavia, non può essere considerato concluso. Gli scenari al 2030 mostrano che l’Italia deve ancora accelerare per rispettare gli obiettivi previsti dal Regolamento europeo “Effort Sharing” (ESR).
«I numeri suggeriscono che la direzione è quella giusta, ma anche che non esistono risultati acquisiti una volta per tutte. Ogni filiera deve intervenire sulle variabili che può controllare» sottolineano gli specialisti del Gruppo Seipa.
Nel settore delle costruzioni una di queste variabili è rappresentata dalla logistica. Un materiale recuperato deve essere raccolto, trasportato, trattato e successivamente trasferito verso il luogo del nuovo utilizzo. Per questo la distanza tra cantiere, impianto di recupero e destinazione finale può incidere sull’efficienza complessiva della filiera.
Il Gruppo Seipa individua proprio nell’ottimizzazione dei flussi logistici, nell’impiego di mezzi a minore impatto e nella crescente valorizzazione degli aggregati riciclati tre delle leve sulle quali intervenire per ridurre l’impronta ambientale associata alla movimentazione dei materiali.
L’evoluzione del Gruppo Seipa, del quale Quattro A fa parte, mostra concretamente quanto sia cambiato il settore. Nato nel 1968 intorno all’estrazione e commercializzazione di materiali naturali come pozzolana e tufo, il gruppo ha progressivamente sviluppato attività di recupero e trattamento degli inerti fino a fare della materia riciclata una componente centrale del proprio modello industriale.
Nel 2025 gli impianti del Gruppo Seipa hanno prodotto oltre 320 mila tonnellate di aggregati inerti riciclati, contro circa 30 mila tonnellate nel 2008. Nello stesso anno il tasso di reimpiego degli aggregati riciclati prodotti ha raggiunto il 100%, mentre il 75% dei materiali in uscita dagli insediamenti industriali del gruppo è risultato di natura riciclata.
Una trasformazione che progressivamente sposta il baricentro dell’attività dalla disponibilità della risorsa naturale alla capacità industriale di recuperare quella già utilizzata.
Meno materia persa, meno risorse da estrarre. Il principio economico alla base del processo è semplice: ogni tonnellata di materiale recuperato che possiede le caratteristiche necessarie e trova un nuovo impiego rappresenta una quantità di materia che non viene perduta alla fine del primo ciclo di utilizzo e che può ridurre il fabbisogno di nuove risorse naturali.
È qui che economia circolare e decarbonizzazione possono incontrarsi. Non esiste infatti un automatismo per cui ogni tonnellata riciclata determini una quantità prestabilita di CO2 evitata: il beneficio dipende dal materiale sostituito, dal processo di trattamento, dalle distanze percorse, dai mezzi utilizzati e dalla destinazione finale. Ma proprio per questo l’efficienza dell’intera filiera —recupero, trasformazione, logistica e reimpiego— diventa determinante.
«La sostenibilità non si misura soltanto dalla quantità di materiale che entra in un impianto di recupero. Si misura anche da quanta materia riesce a tornare realmente nell’economia e da quanto efficiente è il percorso necessario per riportarcela» osservano gli specialisti del Gruppo Seipa.
Se il 2026 si avvia dunque alla chiusura con segnali incoraggianti, il passaggio successivo sarà trasformare questi risultati in un cambiamento strutturale. Per il Gruppo Seipa la priorità è aumentare ulteriormente l’integrazione tra cantieri, impianti di trattamento, imprese, progettisti e stazioni appaltanti, affinché gli aggregati riciclati conformi ai requisiti richiesti possano essere considerati sempre più frequentemente una normale alternativa industriale alle materie prime naturali.
La sfida del 2027 non sarà quindi semplicemente riciclare di più, ma soprattutto utilizzare meglio ciò che viene riciclato. Perché il salto definitivo verso un’economia realmente circolare si compie quando ciò che ieri era considerato la fine del ciclo di un materiale diventa l’inizio del ciclo successivo.
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